TRA FILOSOFARE E (SOPRAV)VIVERE: PACATE RIFLESSIONI

TRA FILOSOFARE E (SOPRAV)VIVERE: PACATE RIFLESSIONI

Interrogato in aula su quali provvedimenti il Governo intenda assumere nei confronti dei rapporti commerciali e contrattuali della categoria dei gestori, il Ministro PATUANELLI risponde citando la risoluzione DE TOMA, per aggiungere che, in ogni caso, checché ne consegua dalle iniziative adottande in conseguenza della medesima risoluzione, «Le citate iniziative, invero, dovranno tener conto degli obiettivi previsti nel Piano integrato per l’energia e il clima italiano (Pniec) che, nella stesura definitiva inviata alla Commissione europea in attuazione del Regolamento (UE) 2018/ 1999, contiene indicazioni di sviluppo del settore dei trasporti verso la elettrificazione della mobilità. Occorrerà, quindi, garantire la transizione verso la de-carbonizzazione dell’economia con un adeguato sviluppo delle infrastrutture per i carburanti alternativi e per la ricarica elettrica, che potranno vedere partecipi anche gli attuali segmenti della distribuzione dei carburanti tradizionali, appositamente ristrutturati».

Il testo di quanto sopra narrato è disponibile in formato PDF cliccando col mouse sul seguente titolo:

INTERROGAZIONE PATUANELLI E RISPOSTA

L’interpretazione che ne è stata data, grosso modo, è la seguente: in ogni caso, ciò che conta e che si va verso l’elettrico, discutere ancora del fossile è forse ormai cosa fuori tempo e forse anche un tantino oziosa, poco significativa.

E su questo ragionamento dell’elettrico, o dell’alternativo al fossile, pare fondato l’intero dibattito nazionale ed europeo, con precise linee di indirizzo.

Pazienza se forse servirebbe una certa maggiore cautela ed un pizzico di “neutralità” energetica, nonché un complesso ragionamento su “come” e con “cosa” gestire la transizione, dal momento che la trasformazione, a solo titolo di esempio, del parco circolante comporta risolvere il problema che senza una politica di incentivi al rinnovo dello stesso ne diventa difficilissima la conversione. Con cosa si finanzieranno incentivi che, per la loro ampiezza, comporterebbero investirvi l’intero attuale prelievo fiscale sui tradizionali carburanti fossili, non è chiaro, come non è chiaro come venga sostituito sul piano delle risorse l’attuale gettito erariale da questi derivante. Pazienza: a volte (anzi spesso), l’impazienza ideologica a volte ha la meglio sulle considerazioni di praticabilità.

Come che sia, sempre su questo aspetto del parco circolante, uno studio dello scorso anno redatto da UNIONE PETROLIFERA (sarà magari un po’ datato, la nuova crisi economica incombente, dovuta alla pandemia COVID-19, ne condizionerà il passo, altri mutamenti nel modo di vivere e lavorare alla luce dell’esperienza di lockdown – ne parliamo di seguito in questo stesso numero – sono in atto, ecc.), stimava un cambiamento significativo che avrebbe portato, per calare la cosa nel concreto, nel giro di dieci-quindici anni a venire, a cancellare la domanda di benzina e gasolio nell’ordine almeno di due terzi della domanda consolidata. Una rivoluzione totale di prospettiva.

Per chi fosse intenzionato a documentarsi di più, ne alleghiamo il testo, ricco di numeri ed ipotesi, consultabile e scaricabile cliccando col mouse sul successivo titolo:

STIME UP DOMANDA PETROLIFERA 2019 2040

Non sono mancate in questi tempi grami, contraddistinti dalla gravissima crisi di liquidità delle gestioni stradali ed autostradali determinata dalla restrizione della mobilità che ha causato il crollo verticale delle vendite e l’interruzione del circuito primario compro-vendo, anche visioni (qualcuno le chiama accuse) di tipo vagamente complottistico: eliminare i gestori, ossia le microimprese della distribuzione carburanti, per «penalizzare i combustibili fossili a vantaggio dell’elettrico», con una “infiltrazione” che «occupa livelli apicali del Ministero ormai dall’inizio della legislatura con la calata dei crociati dell’elettrico, favoriti dal campo lasciato loro libero da un settore petrolifero in disarmo e disgregato dal suo stesso interno». Salvo, peraltro, dire, e giustamente, che, se questo fosse l’intento «si può sempre cominciare dalla cima della filiera del petrolio» e non dall’anello più debole.

Complotto o meno, quel che sembra più plausibile in queste vicende è che si tratti di superficialità, di palese indifferenza a considerare chi è esposto negativamente ai cambiamenti (peccati gravi), di quell’atteggiamento di chi dice che quando si taglia il tronco, chi se ne importa delle schegge che volano, nonché di burocratica ergonomìa: con tante cose da fare per cambiare rotta, non serve perdere tempo per situazioni ormai superate dalla storia.

Vi è poi una consolidata tendenza a voler risolvere le questioni da un punto di vista totalizzante, talmente “generale” da perdere di vista i particolari e la diversa collocazione tra gli attori della commedia: le grandi “regìe” – che si parli di illegalità o di ristrutturazione, di “compattamento” del settore -, i tavoli ecumenici che avrebbero la finalità di “mettere tutto a posto una volta per tutte”.

Esperienza ci dovrebbe aver insegnato che poi non è mai esattamente così: non solo è lunghissimo e difficilissimo mettere “tutto a posto”, ma soprattutto ad essere inafferrabili sono le cose che riguardano chi in questo settore vive e lavora dalla prospettiva di chi guarda, non per sua colpa, questo mondo dal basso in alto.

Certo una ristrutturazione della rete è (era) indispensabile, ma non sfugge neppure che essa non è (non era) sufficiente a redistribuire erogato ridando efficienza ad un numero minore di impianti, né (di questi tempi in cui di petrolio son piene le fosse, ed anche dei tempi futuri che vanno verso decise riconversioni delle fonti), senza cambiamenti del quadro contrattuale e commerciale entro cui si definisce il rapporto fornitori-gestori, né risulta sufficiente a combattere l’illegalità che si suppone solo allignata dentro la rete “marginale”.

E tutto ciò, comunque, senza neppure considerare appunto che andremo verso una transizione guidata “dall’alto” che renderà il vecchio modello di rete, anche quello tra virgolette efficiente, superato.

E che, per finire, mentre si discute di tutto ciò (ossia, potremmo dire senza ironia, dei “massimi sistemi”), sempre per esperienza, si allontana sempre il momento di ragionare della categoria facendone anzi un momento sempre più remoto, intangibile e sempre subalterno a mille altre “emergenze” ovvero a mille altri “tavoli totali”.

E, per tornare al fatto raccontato all’inizio, la sparizione (o la sua relegazione dietro le quinte) della risoluzione De Toma è, sommai, una controprova di quanto appena detto. Una risoluzione che era partita esattamente “occupandosi dei gestori” con il giusto rilievo al quadro contrattuale ed al suo rinnovamento. Evidentemente “troppo”, se poi alla fine il testo, non gradito dalle controparti del settore per principio, o per frettolosità e pregiudizio, è stato asciugato esattamente in questa componente, lasciandone solo un vaghissimo accenno, una generica ed anodina petizione di “buoni princìpi”, giusto per “accontentare la carta”.

Per chi voglia ricordare, di seguito alleghiamo le due versioni, del “prima” e del “poi”, consultabili come sempre cliccando col mouse sui seguenti titoli:

RISOLUZIONE DE TOMA ORIGINARIA

RISOLUZIONE DE TOMA FINALE  

Fin qui, se vogliamo, abbiamo parlato del “filosofare”.

Ma i gestori devono poter “vivere” o, almeno, “sopravvivere”, o almeno vedersi riconosciuta una dignità per il restante tempo, più o meno durevole, in cui il settore manterrà alcune caratteristiche attuali mentre si avvierà verso una drastica trasformazione.

Come si è più volte detto, questo è un settore “speciale” in cui vi sono leggi “speciali”, che pur essendo nate, ai tempi, per garantire anche il ruolo della categoria, sono basate su una sorta di “finzione giuridica”, per cui si considera formalmente impresa una attività che sostanzialmente non lo é. Ci riferiamo all’anomalia palese, rispetto ad ogni altro settore commerciale, che non dissimilmente dal nostro, vede la presenza di microimprese e piccole imprese, della totale assenza di autonomia nella filiera del prezzo.

Numerose liberalizzazioni – ritenute sempre necessarie ad evitare altre asimmetrie (ad esempio tra operatori preesistenti e nuovi ingressi sul mercato), o a favorire la concorrenza nei prezzi, o una supposta tutela del consumatore, o più semplicemente a favorire evoluzioni funzionali agli interessi dei soggetti forti del comparto – si sono succedute senza mai toccare il “fondo del barile”, là dove invece esattamente il rapporto di totale dipendenza economica è la regola, e senza aver neppure bisogno di dover citare le situazioni border line, il “caporalato” od altro ancora.

In un mercato sempre più aperto (aperto anche all’illegalità) e concorrenziale, è stato sempre più difficile mantenere quella “garanzia” del margine che aveva strutturato il rapporto contrattuale tra aziende e gestori.

Ed esattamente in questo contesto, è sempre risultato più difficile conciliare la funzione di coloro – le associazioni di rappresentanza – che dovevano garantire, sottoscrivendo accordi in nome e per conto dei gestori, accordi che “toccano direttamente il portafoglio” -, il margine dei medesimi dalle tempeste del mercato, della concorrenza, delle dinamiche degli erogati, insomma, la sostenibilità economica delle gestioni.

Questo ruolo forzato di garanzia sempre più difficile, il peggioramento progressivo del mercato, la indisponibilità delle controparti ad affrontare una revisione del quadro contrattuale, ad adeguare margini entro il quadro tradizionale degli accordi, a condizionare le trattative esclusivamente alle proprie unilaterali politiche commerciali del momento, ha reso il ruolo delle organizzazioni sempre più distante dalla capacità di creare cultura di impresa, quella cultura che fa crescere gli operatori, offre servizi e consulenze atte a realizzare uno scopo economico funzionale alla gestione di una impresa, che in qualche misura li affranca dallo stato di subalternità integrale, senza peraltro poter neppure offrire, in alternativa, la tutela tipica del lavoratore dipendente.

Di qui la marcata crisi di rappresentanza, il proliferare della disaffezione e di un vero e proprio “antagonismo” – spesso semplificatorio e “messianico”, spesso come reazione di sterile rigetto – all’interno della categoria.

Da questi nodi veri partiva l’originale risoluzione De Toma, per impostare una gamma di soluzioni (poi del tutto “annebbiate” purtroppo dal crivello delle controparti) che andavano 1) dalla tutela dei contratti tradizionali per fissare un minimo di tutela e di giustificazione economica a chi voleva rimanere nel vecchio schema del comodato-esclusiva, 2) alla protezione di quanti erano fuori dall’ombrello dei vecchi contratti a seguito della dismissione della rete di major che avevano lasciato il mercato spacchettando i loro asset, fino a 3) forme di sostanziale innovazione rispetto al quadro “storico”, senza escludere gradualità e pluralità simultanea delle impostazioni contrattuali.

Quale era l’innovazione? Detto in parole povere, puntare ad una distinzione tra prezzo e disponibilità dei beni, reali od immateriali, aziendali altrui (la maggior parte dei gestori è in regime di comodato dell’impianto).

Nel configurare un affitto di ramo d’azienda per la parte strutturale e marchio a sé stante, il prodotto invece dovrebbe essere ceduto dal fornitore a prezzi allineati alle forniture extrarete di norma da esso effettuate, lasciando al gestore, rivenditore terminale al pubblico, la effettiva (reale non formale) determinazione del prezzo di vendita al consumatore finale. Il regime delle forniture dovrebbe contemplare ancora il permanere dell’esclusiva e di un tanto si dovrebbe tenere conto nella determinazione del valore dell’affitto di ramo d’azienda scorporato dal prezzo.

Nessuna espropriazione, ma semmai il comune interesse delle due parti a stare sul mercato in condizioni di concorrenza sostenibile, con l’obiettivo di rimuovere una asimmetria che è purtroppo del tutto limitata (tranne pochissime eccezioni) a questo settore, e che è evidentemente la vera causa della totale assenza di autonomia gestionale e commerciale, della “ghettizzazione speciale” del gestore, indegna di un ordinaria “civiltà commerciale”. E con una realistica potenzialità di tenere sotto controllo il dilagare dell’illegalità sul piano di una concorrenza legale e diffusa attuata sinergicamente sul piano degli interessi comuni e reali.

Sono considerazioni quelle qui svolte del tutto pacate, senza polemiche né supponenza alcuna. Come già detto, non si ha la pretesa di avere la verità in tasca, né di dare per scontato il quadro delle difficoltà, la necessità del dialogo nel settore e con la politica e le istituzioni – e proprio per evitare che la vita delle persone e delle imprese sia abbandonata all’indifferenza dei decisori, dei “filosofi dei massimi sistemi”, nella totale assenza di rispetto delle “schegge” che volano! -, ma si ha il diritto, anzi più che altro il dovere, di immaginare qualcosa di diverso.

Cominciare ad affrontare le cose partendo da una nuova creazione del mondo che ridisegni un nuovo puzzle di tutti i tasselli immaginabili è un gioco che altri ci toglierebbero dalle mani; cercare di fare al meglio ciò che richiede il proprio ruolo – specie se lo si esercita per conto di altri con dirette conseguenze sulla loro pelle –, anche se è solo una parte piccola del mondo, forse è ragionevolmente più appropriato. E neppure così riusciremo ancora, se non forse in prospettiva, a risolvere il problema immediato (dell’ora e dell’adesso) del sopravvivere. Magari siamo ingenui o fuori strada o fuori di testa, magari è troppo tardi. Soprattutto, però sarà troppo tardi se non ci avremo almeno provato. [Bruno BEARZI – G.M.]